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Volume 1IA da Terminale
  1. Ricette per IA
  2. Markdown: cos'è, e perché è diventato la lingua dell'IA

Gianclaudio Spena ·

Markdown: cos'è, e perché è diventato la lingua dell'IA

Un foglio Markdown con cancelletti, asterischi, elenchi, collegamenti e codice è collegato sia alla lettura umana sia a una rete astratta che rappresenta l'IA.

Markdown è un modo di scrivere testo formattato senza uscire dal testo. Un titolo è una riga che comincia con un cancelletto, una parola in grassetto sta fra due asterischi, un elenco è una serie di righe che cominciano con un trattino. Nient’altro: nessun programma che lo apre, nessun formato binario, nessuna barra degli strumenti.

Probabilmente lo usi già senza chiamarlo così. Quando chiedi qualcosa a ChatGPT o a Claude e la risposta ti arriva con i titoletti in grassetto e gli elenchi puntati, quella risposta è scritta in Markdown: è l’interfaccia che te la mostra formattata. Sotto ci sono asterischi e cancelletti.

Questo articolo serve a due cose. La prima è pratica: imparare i sei o sette segni che coprono tutto quello che ti servirà, e ci vogliono dieci minuti. La seconda è capire come mai un formato inventato nel 2004 per un blog personale sia finito a essere la lingua in cui le macchine leggono e scrivono, che non era affatto il piano.

La sintassi che serve davvero

Markdown si impara in una tabella. Questa è tutta la parte che userai nel novantacinque per cento dei casi:

Cosa vuoiCome si scrive
Titolo# Titolo, ## Sottotitolo, ### Più sotto
Grassetto**parola**
Corsivo*parola*
Elenco puntato- prima voce, una per riga
Elenco numerato1. prima voce, una per riga
Collegamento[testo visibile](https://indirizzo)
Immagine![descrizione](nome-file.png)
Codice o comando`testo` fra apici inversi
Citazione> riga citata

Due regole non scritte che fanno inciampare quasi tutti all’inizio. Dopo il cancelletto ci vuole lo spazio: #Titolo non è un titolo, # Titolo sì. E le righe vuote contano: sono loro a separare un paragrafo dal successivo, mentre andare a capo senza lasciare una riga vuota, per Markdown, vuol dire continuare la stessa frase.

Il resto sono due blocchi che vale la pena riconoscere. Il primo racchiude comandi o pezzi di codice su più righe, fra due file di tre apici inversi:

```
markitdown documento.docx -o documento.md
```

Il secondo è la tabella, che si disegna con le barre verticali. Non è bella da scrivere a mano, ed è il punto in cui conviene farsi aiutare:

| Canale | Budget |
| --- | --- |
| Ricerca | 4.000 € |
| Social | 2.500 € |

Un file Markdown si riconosce dall’estensione .md, si apre con qualunque cosa sappia mostrare del testo, e pesa quanto le parole che contiene. Se hai un dubbio su cosa contiene davvero, aprilo con un editor di testo semplice: non c’è nient’altro dentro.

Dove lo incontri senza saperlo

Vale la pena rendersene conto, perché cambia la sensazione di stare imparando una cosa nuova: non la stai imparando, la stai riconoscendo.

  • Le risposte delle IA. Sono scritte in Markdown, sempre. Quando copi una risposta e la incolli in un documento e ti ritrovi degli asterischi in mezzo alle parole, hai appena visto il formato sotto il vestito.
  • I README su GitHub. La pagina di presentazione di ogni progetto software è un file README.md, ed è il posto da cui Markdown si è diffuso davvero.
  • Le app per appunti. Obsidian, Bear, Notion e parecchie altre scrivono in Markdown o in un suo dialetto. È il motivo per cui puoi portarti via i tuoi appunti quando cambi programma.
  • I file di istruzioni degli agenti. CLAUDE.md per Claude Code, AGENTS.md per Codex: quello che spieghi all’agente di un progetto si scrive lì dentro, in Markdown.
  • I capitoli che stai leggendo. Anche questo libro è scritto così, e le pagine del sito sono generate da quei file.

Come mai esiste: 2004, un blog e nessun tag

Nel marzo del 2004 John Gruber pubblica Markdown sul suo sito. Il problema che voleva risolvere era piccolo e concreto: era stanco di scrivere HTML a mano per il suo blog, cioè di circondare ogni parola in grassetto con <strong> e </strong> e ogni paragrafo con <p>.

L’intuizione non fu inventare una sintassi, ma accorgersi che esisteva già. Nelle email la gente scriveva da anni gli asterischi intorno alle parole da enfatizzare e i trattini davanti alle voci di un elenco, senza che nessuno gliel’avesse insegnato. Gruber prese quelle convenzioni informali, le rese coerenti, e ci scrisse sopra un convertitore verso HTML. Aaron Swartz, che allora aveva diciassette anni, fu l’unico collaudatore della sintassi e ne influenzò parecchie scelte: Gruber ha sempre riconosciuto quel contributo, precisando però di esserne l’unico autore.

L’obiettivo dichiarato è rimasto la cosa più importante di tutta la storia, ed è ancora scritto sulla pagina originale: l’obiettivo prevalente della sintassi è «renderla il più leggibile possibile», al punto che un documento in Markdown «dovrebbe essere pubblicabile così com’è, come testo semplice, senza sembrare marcato con tag o istruzioni di formattazione».

Rileggi quella frase pensando a un modello linguistico, e capisci in anticipo tutto il resto di questo articolo.

Due date chiudono la parte storica. Nel 2014 nasce CommonMark, una specifica condivisa: negli anni le implementazioni erano divergute al punto che lo stesso file, su due siti diversi, veniva fuori in due modi. Nel 2016 la IETF registra il tipo text/markdown con la RFC 7763, che è il modo in cui un formato viene ufficialmente riconosciuto come tale.

Un residuo di quella frammentazione ti riguarda ancora: le tabelle non fanno parte del Markdown originale, né della specifica CommonMark. Arrivano dal dialetto di GitHub, che è quello che quasi tutti usano oggi. È il motivo per cui una tabella funziona quasi sempre, ma non proprio dappertutto.

Perché le IA lo parlano

Qui la storia fa una curva che nessuno aveva previsto.

I modelli linguistici imparano dal testo che gli viene dato in pasto, e una quota enorme del testo tecnico scritto negli ultimi vent’anni è in Markdown: README, documentazione, risposte nei forum, appunti, quaderni di codice. Il risultato è che scrivere in Markdown, per un modello, non è una richiesta: è la sua andatura naturale. Non a caso Microsoft, presentando il proprio strumento di conversione, scrive che i modelli mainstream «parlano» nativamente Markdown.

Ma la ragione tecnica è più interessante di quella statistica, e sono due.

La struttura è dichiarata, non disegnata. In un file Word o in un PDF, il fatto che una riga sia un titolo è una conseguenza del suo aspetto: corpo più grande, grassetto, spazio sopra. In Markdown quella riga comincia con un cancelletto, e il cancelletto dice che è un titolo. Non c’è niente da interpretare, e questo vale sia per una macchina che per te.

Costa poco. Il testo che entra in una conversazione con un’IA si misura in token, ed è una risorsa finita: ogni conversazione ne ha un tetto. Markdown aggiunge una manciata di caratteri per marcare la struttura, mentre gli altri formati la annegano in impalcature. Lo stesso documento può occupare venti volte tanto a seconda della forma in cui glielo passi, e questo è misurato nel confronto fatto nell’articolo su MarkItDown.

La conseguenza pratica, per chi lavora con un agente da terminale, è che Markdown smette di essere una curiosità e diventa un attrezzo quotidiano. Le istruzioni che dai a un progetto si scrivono in Markdown. I report che l’agente produce conviene chiederglieli in Markdown, e trasformarli in PDF solo alla fine, quando devi darli a qualcuno. I documenti che gli passi rendono meglio se li converti in Markdown prima. Non perché sia elegante: perché è la forma in cui il testo resta contemporaneamente leggibile da te e maneggiabile da lui.

Cosa Markdown non fa

Non impagina. Non ci sono margini, colonne, caratteri, colori, numeri di pagina. Se quello che devi produrre è un documento che deve apparire in un certo modo, Markdown è il punto di partenza, non l’arrivo.

Non è uguale dappertutto. Fra un’app e l’altra cambiano i dettagli, e le funzioni oltre le basi (tabelle, note a piè di pagina, caselle da spuntare) dipendono dal dialetto. Le sei cose della tabella qui sopra funzionano ovunque; più in là conviene provare.

Non è un formato di consegna. Se mandi un .md a un cliente che si aspetta un documento, riceverai una telefonata. Il Markdown è dove il testo vive mentre lo lavori; l’esportazione in PDF o in Word è l’ultimo passo, e si può chiedere all’agente.

Domande frequenti

Devo installare qualcosa per usarlo?

No. Un file Markdown si scrive con qualunque editor di testo, compreso quello che hai già sul computer. I programmi dedicati servono solo a mostrarti il risultato formattato mentre scrivi.

È più difficile di Word?

È diverso: si scrive di più con la tastiera e non si clicca quasi mai. Chi lo prova per qualche giorno di solito ci resta, perché non si perde tempo a sistemare la formattazione. Chi ha bisogno di controllare l’aspetto della pagina torna a Word, ed è una scelta legittima.

Posso convertire i miei documenti Word in Markdown?

Sì, ed è un lavoro da agente. È l’argomento dell’articolo su MarkItDown, che spiega anche cosa la conversione conserva e cosa perde.

E il contrario, da Markdown a Word o PDF?

Si fa, e nella pratica lo chiedi all’agente. Da Markdown si esporta bene proprio perché la struttura è dichiarata: chi converte sa cosa è un titolo, senza doverlo dedurre.

Perché le risposte delle IA sono piene di asterischi quando le incollo?

Perché stai incollando il Markdown senza il programma che lo interpreta. Non è un difetto: è il testo vero che c’era sotto, e ti sta dicendo di che formato è fatta la risposta che hai ricevuto.

Da dove continuare

Il passo pratico successivo è MarkItDown: come portare i documenti che hai già in questo formato, cosa ci si perde per strada e come tenere in ordine gli originali.

Per capire perché conta tanto la forma in cui il testo arriva a un modello, il capitolo giusto è Chi hai dall’altra parte.

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Fonti ufficiali