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Volume 1IA da Terminale
  1. Il libro
  2. Capitolo 1

Capitolo 1

Prima di tutto: cos'è un computer

Tre verbi, l'archivio, il percorso e le porte d'ingresso della macchina.

Una domanda che sembra stupida

Fra qualche capitolo consegnerai una cartella a un’intelligenza artificiale e le dirai di lavorarci. La vedrai entrare, leggere file, crearne altri e usare programmi che magari non hai mai aperto. Non le chiederai un consiglio: le darai accesso a un posto.

Prima di farlo conviene sapere che posto è.

E se ti chiedessi: che cos’è, esattamente, un computer?1

Probabilmente risponderesti indicando l’oggetto. Lo schermo, la tastiera, quella cosa lì. È come rispondere “un’automobile è quella cosa rossa parcheggiata fuori”: vera, inutile. Per il lavoro che faremo, il computer non è l’oggetto: è l’ambiente in cui stanno i tuoi materiali, gli strumenti che li trasformano e le regole che decidono chi può toccare cosa.

L’IA sa usare un computer molto meglio di te, ed è esattamente per questo che vale la pena imparare a parlarle. Non deve diventare più brava: devi diventare più preciso tu.

La precisione non comincia da formule da imparare. Comincia da cose concrete: sapere dove sono i materiali, come indicarli, da quale porta passa un ordine e fin dove può arrivare chi lo esegue.

Cosa ti porti a casa da questo capitolo

L’assetto reale è questo: quattro idee, un argomento e una cautela.

Le quattro idee:

  1. cosa fa davvero un computer, ridotto a tre parole;
  2. com’è organizzato dentro, e dove sono finite le tue cose;
  3. cosa è un percorso, che sarà il modo in cui indicherai le cose all’IA;
  4. i modi di dare ordini a una macchina, e perché finora ne hai usato uno solo.

In mezzo chiariremo un argomento che cambia il modo in cui guardi i tuoi documenti: i file non appartengono ai programmi che li aprono. E prima di chiudere metteremo una cautela sulle promesse facili: oggi puoi fare molto di più, ma la dimensione del progetto continua a contare.

L’ordine non è quello di una materia scolastica. È l’ordine in cui le cose servono quando lavori: prima l’archivio, dove stanno i materiali; poi il terminale, da cui vedrai la macchina muoversi; soltanto dopo gli strumenti di IA, con i loro nomi e i loro difetti. Da qui in avanti il computer diventa uno spazio condiviso. Non devi trasformarti in un tecnico: bastano cose con un nome che dica cosa sono e in un posto che sai indicare. Il resto lo farà la macchina.

Un’ultima cosa, e vale per tutto il libro. Ogni volta che incontri questo segno

vuol dire: fermati un attimo. Sotto trovi tre passaggi, sempre gli stessi: il concetto in una riga, un compito breve e un modo per controllare da solo se hai capito. Non saltarli. Sono la differenza tra leggere un libro e imparare una cosa.


Tre verbi, e basta

Togli lo schermo, la tastiera, il logo della mela. Quello che resta fa esattamente tre cose:

Conserva. Tiene da parte informazioni e se le ricorda. Il tuo contratto di affitto, la foto di tua figlia al mare, l’elenco delle password che sai che non dovresti tenere lì e magari anche con quei nomi imbarazzanti.

Trasforma. Prende informazioni e ne produce altre. Da un testo tira fuori un PDF. Da mille numeri tira fuori una media. Da un’immagine grande tira fuori un’immagine piccola.

Comunica. Manda e riceve informazioni da altri computer. Che poi è tutto Internet: la mail, il sito che stai leggendo, il messaggio che hai appena mandato.

Conserva, trasforma, comunica.2 Tutto ciò che il tuo computer ha mai fatto, e tutto ciò che qualsiasi computer ha mai fatto, è una combinazione di questi tre verbi. Netflix è “conserva e comunica”. Photoshop è “trasforma”. Il tuo gestionale aziendale è i tre insieme, messi in fila secondo un certo ordine.

Tre aree affiancate mostrano le azioni fondamentali del computer: conservare con una cartella e un documento, trasformare con un testo che diventa PDF, comunicare con nodi collegati. Sotto ogni area compaiono esempi quotidiani.
Figura 1.1 · Conservare, trasformare e comunicare: tutto il resto combina questi tre verbi.

Serve a una cosa molto pratica: capire se un’idea che hai in testa è realizzabile. Anticipo la risposta: quasi sempre sì.

E c’è dell’altro. Nel mondo fisico le idee sbattono contro la gravità, i materiali, il costo del ferro. Nel digitale no: puoi costruire uno spazio con leggi tue, dove le cose cadono verso l’alto o una stanza è più grande vista da dentro che da fuori. Non è una metafora poetica, è una proprietà tecnica del mezzo: ogni videogioco è questo, una fisica inventata da qualcuno e resa abitabile da altri. Finora scrivere quelle regole richiedeva anni di mestiere. Adesso hai accanto qualcuno che le sa scrivere al posto tuo.


L’archivio

Adesso sai cosa fa un computer. La domanda successiva è: dove stanno le cose su cui lo fa?

Se devi ricordare una sola immagine di questo capitolo, ricorda questa: il tuo computer è un enorme archivio di cartelle.3

Non è una metafora didattica, è letteralmente come è organizzato. Dentro ci sono due tipi di oggetti, e nient’altro:

  • i file, che sono i documenti: una foto, una canzone, un testo, un programma;
  • le cartelle, che contengono file e altre cartelle.

Una cartella dentro una cartella dentro una cartella. Come le scatole cinesi, o come un armadio con dei cassetti che contengono delle scatole che contengono delle bustine. Non c’è altro. Davvero non c’è altro.

Quello che cambia rispetto a un archivio di carta non è la struttura, è la sostanza. Nello schedario di uno studio notarile c’è un foglio: lo tocchi, e quello che vedi è tutto quello che c’è. In un file invece c’è una sequenza di zero e uno, che da sola non significa niente. Significa qualcosa solo perché sopra ci sono strati di convenzioni, uno appoggiato sull’altro: questi otto zero e uno sono un numero, questo numero è una lettera, questa fila di lettere è una parola, questo testo è impaginato così. Impila abbastanza strati e arrivi al film in streaming, che alla lettera è una valanga di zero e uno che viaggia e a un certo punto diventa la faccia di un attore.4

Tutto il digitale è questo gioco di strati, ed è anche il modo in cui lavorerai tu: dirai cosa vuoi al livello più alto, nella tua lingua, e lascerai che sia l’IA a scendere fino in fondo.

Al vertice di tutto c’è una cartella che contiene tutte le altre, la chiamano radice, e in effetti la struttura è un albero rovesciato, con il tronco in alto e i rami che scendono:

/
└── Users
    └── tuonome
        ├── Desktop
        ├── Documents
        │   ├── compleanno-Mamma
        │   └── Fatture
        ├── Downloads
        └── Pictures

Da qualche parte in quell’albero c’è un ramo che ti appartiene: la tua cartella personale, quella che porta il tuo nome, con dentro Scrivania, Documenti, Immagini, Download. Tutto ciò che hai fatto negli ultimi dieci anni con questo computer è là dentro. Ogni singola cosa.

La stessa cartella compleanno-Mamma mostrata in tre rappresentazioni collegate: l’albero delle cartelle, una finestra del Finder con la barra del percorso e l’indirizzo scritto per esteso /Users/tuonome/Documents/compleanno-Mamma.
Figura 1.2 · La stessa cartella vista come albero, finestra e percorso.

L’indirizzo di un file

Se il computer è un archivio ad albero, ogni file ha un indirizzo preciso: il percorso (in inglese path). Si scrive mettendo in fila le cartelle da attraversare, separate da una barra:

/Users/gianclaudio/Documents/Fatture/2026/marzo.pdf

Leggilo da sinistra a destra come indicazioni stradali: parti dalla radice /, entra in Users, poi in gianclaudio, poi in Documents, poi in Fatture, poi in 2026, e lì dentro trovi il file marzo.pdf.

Su Windows funziona uguale, cambiano due dettagli estetici: si parte da una lettera di unità e le barre sono inclinate al contrario (C:\Users\gianclaudio\Documents\...). Stessa idea.5

Sembra una banalità burocratica. Invece è forse la singola nozione più importante di questo libro, e ti spiego perché.

Quando cerchi un file con il mouse, tu non pensi mai al percorso: clicchi, scorri, riconosci l’icona, apri. Il percorso è implicito, è “dove sono adesso”. Ma quando parlerai con un’IA, e ancora di più quando l’IA lavorerà da sola sul tuo computer, il percorso è il modo più preciso e verificabile di indicare le cose. Non c’è un dito da puntare. C’è un indirizzo.

“Prendi tutti i PDF in Documents/Fatture/2026, estrai gli importi e fammi un riepilogo.” Questa frase funziona. “Prendi quelle fatture lì, quelle che ho scaricato l’altro giorno” non funziona, o meglio funziona solo se prima le avete cercate insieme.

E qui conviene togliere subito un’ansia, perché a questo punto è normale pensare che d’ora in poi dovrai ricordarti a memoria delle file di barre. No. Funziona benissimo anche così:

“Nei miei Documenti c’è una cartella Fatture, e dentro una cartella 2026: prendi i PDF che stanno lì.”

È lo stesso indirizzo, detto in italiano. Le barre non sono il punto: il punto è che tu sappia dove sta la cosa e riesca a dirlo in modo che ci sia una strada sola. Il percorso scritto per esteso è semplicemente la versione più corta e più precisa della stessa frase, e quando ti serve non lo scrivi a mano: lo copi, come hai appena fatto nell’esercizio, e lo incolli.

Le parole smettono di bastare in un caso solo, e tanto vale saperlo adesso: quando la descrizione lascia aperte due possibilità. Se di cartelle chiamate “Fatture” ne hai due, una nei Documenti e una sulla Scrivania, “la cartella Fatture” non indica più niente. A quel punto o la macchina indovina, o si ferma a chiederti quale delle due. La seconda è la reazione giusta, ma nessuna delle due è quello che vuoi mentre stai lavorando.

E vale anche al contrario, cosa che scoprirai molto presto. Capiterà che l’IA crei dei file e tu non li trovi da nessuna parte. Non sono spariti: sono in una cartella diversa da quella che avevi in testa. La domanda da fare, e diventerà un riflesso, è “in quale percorso stai lavorando?”. Ti risponderà con l’indirizzo esatto, e tu saprai dove andare a guardare.

Imparare a pensare per percorsi è il primo, piccolo cambio di prospettiva. Non è difficile: è solo un’abitudine che nessuno ti ha mai chiesto di prendere. Detto con meno eleganza: devi sapere dove mandare a lavorare queste creature, e ogni tanto controllare dove diavolo stanno mettendo le mani. Non perché siano malintenzionate, ma perché sono velocissime, obbedienti e non hanno la più pallida idea di quale sia, tra le tue cartelle, quella a cui tieni.


I tuoi file non appartengono ai programmi

C’è un equivoco diffusissimo che vale la pena sciogliere subito, perché avvelena un sacco di ragionamenti.

Molte persone pensano che i loro documenti stiano dentro i programmi. “Le mie lettere sono dentro Word.” “Le mie foto sono dentro l’app Foto.” “La mia contabilità è dentro Excel.”

Quando lavori con un normale documento, non è così. Il documento è un file nell’archivio. Il programma è uno strumento che sa aprirlo e modificarlo. È la differenza tra il tuo quaderno e la tua penna: la penna non contiene la poesia, la scrive.

Ci sono applicazioni che conservano i contenuti in una libreria interna o nel cloud, e lì il confine è meno visibile. La domanda utile resta la stessa: posso raggiungere quel contenuto come file, oppure almeno esportarlo in un formato che altri strumenti possono leggere?

Perché è importante? Perché uno strumento si può cambiare. Se il tuo testo è un file, puoi aprirlo con Word, con Pages, con un editor gratuito, o farlo leggere a un’intelligenza artificiale. O, se ti gira, puoi fartene scrivere uno tuo, tagliato su misura sul modo in cui scrivi tu: ci arriveremo davvero, ed è molto meno assurdo di quanto suoni adesso. Se invece il tuo testo è chiuso dentro un servizio che non ti dà accesso al file, sei prigioniero di quel servizio. E, dettaglio non secondario, lo è anche la tua IA: non può lavorare su qualcosa che non riesce a raggiungere.

Da qui deriva una regola pratica che ti accompagnerà per tutto il libro: tieni la tua roba in file, in cartelle che sai nominare, su un disco a cui hai accesso. È il modo di rendere il tuo spazio digitale abitabile da un collaboratore artificiale.


Le porte d’ingresso

Veniamo alla seconda metà della domanda: come possiamo interagire con questa macchina?

Storicamente gli ordini arrivano alla macchina attraverso porte diverse. Quella delle icone la usi ogni giorno. Del terminale, invece, probabilmente hai solo sentito parlare.

La porta delle icone

La prima è quella che usi tutti i giorni: la interfaccia grafica. Una scrivania finta, con sopra cartelle finte e un cestino finto. Punti, clicchi, trascini. È nata negli anni Settanta a Palo Alto ed è stata una delle idee più democratiche della storia della tecnologia: ha reso il computer usabile da chiunque, senza studiare nulla.6

Ha un pregio enorme: ti mostra le possibilità. Apri un menu e vedi cosa puoi fare.

E ha un difetto che è lo stesso pregio guardato al contrario: puoi fare solo ciò che qualcuno ha previsto e disegnato per te. Se in quel menu non c’è la voce che ti serve, la voce non esiste. Non c’è modo di inventarla. Sei ospite in casa d’altri, e la casa ha le stanze che ha.

Prova a pensarci: “rinomina queste 4.000 foto mettendo davanti la data di scatto, e sposta in cartelle separate quelle scattate di notte”. È una richiesta sensatissima. In quale menu la trovi? In nessuno. Con le icone, quel lavoro sono quattro giorni di clic.

La porta delle parole

La seconda porta è più antica ed è ancora lì, dietro un’icona che quasi nessuno apre: il terminale. Niente pulsanti, niente disegni. Una riga su cui scrivi un ordine, premi Invio, e la macchina lo esegue.

Le porte delle icone e delle parole, affiancate, conducono allo stesso risultato. A sinistra una finestra con molte foto e una sequenza di clic; a destra una richiesta a parole dentro il terminale, tradotta dall’IA in azioni completate. Il contrasto è tra molti gesti ripetuti e un ordine composto.
Figura 1.3 · Icone e parole, lo stesso risultato: cambia il modo in cui dai l'ordine.

Fa paura perché è muta: non ti suggerisce niente, non ti mostra le opzioni, e se sbagli a scrivere ti risponde con una riga oscura. Sembra il posto degli esperti.

Ma la sua natura è l’opposto di quella delle icone: non ti limita alle sole azioni che compaiono nei menu. Puoi comporre gli ordini, incatenarli, ripeterli su migliaia di file, salvarli e riusarli domani. Quelle 4.000 foto? Possono diventare un unico ordine.

Il terminale è la porta di servizio della casa: brutta, senza fiori sul davanzale, e dà direttamente sulla cucina.

E in cucina si parla una lingua. Si chiama shell, e quella che troverai quasi ovunque ha un nome che sentirai spesso: bash (o la sua parente stretta zsh, che è quella dei Mac di oggi).8 È un vocabolario piccolo, fatto di parole cortissime che fanno cose elementari: ls elenca cosa c’è in una cartella, cd entra in una cartella, cp copia, mv sposta, rm cancella, mkdir crea una cartella nuova.

Un cuoco non conosce mille tecniche: ne conosce venti e le combina. Qui è uguale. Il potere non sta nei singoli comandi, che presi da soli sono banalissimi, ma nel fatto che si incastrano l’uno nell’altro: prendi l’elenco dei file, tienine solo quelli di gennaio, rinominali, spostali, tutto in un colpo. Nel prossimo capitolo cucineremo davvero. Per ora ti basta sapere che esiste una lingua, che è piccola, e che la tua IA la parla con grande scioltezza. Non in modo infallibile: per questo imparerai a farle mostrare cosa sta facendo e a controllare il risultato.

Una finestra del terminale aperta nella cartella compleanno-Mamma: pochi comandi mostrano come entrare nella cartella, elencarne il contenuto e crearne una nuova. In basso, la frase: “Una riga di parole. Un ordine. La macchina risponde.”
Figura 1.4 · Una riga di parole, un ordine: il terminale mette la macchina al lavoro.

La scorciatoia che prima non c’era

Adesso puoi vedere l’incastro. Con le icone dai ordini scegliendo tra azioni già previste. Nel terminale gli ordini si scrivono e si possono combinare.

Per cinquant’anni la scelta è stata: comodità (icone, poteri limitati) oppure potenza (parole, ma devi studiare per anni). Ognuno sceglieva il suo lato, e i due mondi si guardavano male.

Poi è arrivata un’intelligenza artificiale che quella lingua la parla già. Tutta. Meglio di quasi chiunque: il “quasi” vale per qualche centinaio di persone al mondo, gente che i sistemi operativi li ha scritti, tipo il signore che ha fatto Linux di cui parlavamo poco fa.

L’IA non aggiunge un’altra porta: si mette in mezzo. Tu porti la lingua di tutti i giorni, lei la traduce in comandi e percorsi, esegue, legge il risultato e corregge quando sbaglia. Non devi imparare tutta la shell per ottenere la sua potenza. Devi sapere cosa vuoi, dove deve lavorare e come controllare quello che torna indietro.

La conseguenza è vertiginosa: il primo tetto delle tue possibilità non è più la tua competenza tecnica. È la tua voglia di provare.

Mettiamo le proporzioni

Adesso però smontiamo subito una promessa che sentirai fare a molti, perché è la stessa frase che rende questo libro o credibile o inutile.

Non è vero che in due minuti ti fai un negozio online. Non lo è, e chi te lo racconta ti sta vendendo qualcosa. Quello che è vero è che la fatica non cresce più come cresceva prima. Ma cresce ancora, e cresce con la taglia di quello che vuoi fare:

  • un programmino per te, che fa una cosa sola e la fa solo a casa tua: un pomeriggio, davvero, anche senza saper programmare;
  • uno strumento che userai ogni giorno e di cui ti devi fidare: qualche settimana di aggiustamenti, perché il difficile non è farlo, è farlo funzionare sempre, anche quando i dati arrivano storti;
  • un prodotto che usano altre persone, con i loro soldi e i loro dati dentro: mesi, e competenza vera, tua o di qualcuno che paghi.

E qui c’è la cosa da portarsi dietro per tutto il libro: più il progetto è grosso, più devi saper maneggiare la materia. La competenza non è sparita, ha cambiato mestiere. Non ti serve più per digitare le istruzioni, ti serve per dire cosa vuoi con precisione, per capire cosa ti viene proposto e per accorgerti quando una risposta è sbagliata pur sembrando perfetta. Un’IA bravissima, diretta da qualcuno che non sa cosa sta chiedendo, produce molto in fretta una cosa che non funziona.

Ecco perché questo libro non finisce al primo progetto riuscito. Se bastasse chiedere, sarebbe finito a pagina venti.

E il malinteso opposto

C’è però anche l’errore di segno contrario, ed è quello che blocca più persone. Quando si sente dire “puoi costruire quello che immagini”, la testa corre subito alla Grande Idea, all’app che diventerà un’azienda. E il pensiero della Grande Idea paralizza: non ce l’ho, quindi non comincio nemmeno.

Questo libro non ti vende il prossimo Facebook. Ti propone qualcosa di molto più piccolo e molto più utile: il programmino che rinomina e archivia le ricevute mediche di tua madre; il foglio di calcolo che ogni lunedì va a guardarsi da solo i prezzi dei tuoi concorrenti; lo strumento cucito su misura sul tuo lavoro, che nessuno metterà mai in vendita perché servirebbe a te e ad altre quattro persone al mondo. Sono queste le cose che, sommate, ti cambiano le giornate. La Grande Idea, semmai, viene dopo, e viene a chi ha già le mani in pasta.


Coda di sicurezza: il portiere

Le quattro idee, l’argomento e la cautela del capitolo sono tutte qui. Prima di chiudere serve però un promemoria: non una cosa da imparare adesso, ma un pezzo che riprenderemo quando servirà davvero.

Tra te e la macchina c’è sempre un intermediario: il sistema operativo. macOS, Windows, Linux. È il portiere del palazzo. Tiene l’archivio in ordine, decide quale programma può fare cosa, sa chi sei e cosa ti è permesso toccare.

Da qui derivano due parole che incontrerai presto e che conviene non subire:

Utente. Il computer sa distinguere le persone. Ognuna ha la sua cartella personale, le sue impostazioni, i suoi diritti. Anche se sei l’unico essere umano che tocca quella tastiera, per il sistema tu sei un utente tra i possibili. È per questo che la tua cartella sta dentro una cartella che si chiama Users, al plurale.

Permessi. Alcune operazioni sono delicate: modificare parti vitali del sistema, installare software per tutti, cancellare roba altrui. Per farle devi identificarti, ed è quel momento in cui ti viene chiesta la password anche se il computer è tuo e sei solo in casa. Non è burocrazia: serve a proteggere le parti vitali del sistema e a separare gli utenti. Ma non è uno scudo intorno a tutti i tuoi documenti: un programma avviato da te può spesso leggere, modificare o cancellare i file a cui hai accesso.9

Questo ti riguarda molto da vicino, perché quando l’IA lavorerà sul tuo computer lavorerà come te: con i tuoi permessi, dentro il tuo perimetro. Non è un’entità che fluttua sopra la macchina, è un inquilino che usa le tue chiavi. Sapere fin dove arrivano quelle chiavi è ciò che ti permetterà di lasciarle spazio senza stare in ansia.

Tre perimetri annidati mostrano sistema operativo, account dell’utente e strumento di IA. Dentro lo strumento compare la cartella concessa; altri documenti restano nel perimetro dell’account ma fuori da quello dell’applicazione. Una chiave ricorda che non ogni accesso apre tutto.
Figura 1.5 · Account, applicazione e autorizzazioni definiscono insieme fin dove arriva l'IA.

Il glossario minimo

Cinque parole. Da qui in avanti le userò senza rispiegarle.

File: un documento, un’unità di informazione con un nome. Cartella (folder, e nel terminale directory): un contenitore di file e di altre cartelle. Percorso (path): l’indirizzo completo di un file nell’albero delle cartelle. Sistema operativo (operating system, che vedrai quasi sempre abbreviato in OS): il programma che governa la macchina e tiene l’ordine. Interfaccia (a icone GUI, a parole CLI): il modo in cui tu e la macchina vi parlate, a icone o a parole.

L’inglese fra parentesi non serve a fare gli esperti: serve perché quelle parole le troverai scritte così nei menù, nei messaggi di errore e in qualunque pagina tu apra per cercare aiuto. Le parole italiane restano quelle buone per pensare.


Dove andiamo adesso

Nel prossimo capitolo apriamo quella porta di servizio, e questa volta ci entriamo.

Non per diventare esperti, non è quello lo scopo e comunque non ce n’è bisogno. Ma per una ragione molto concreta: è la cucina in cui l’IA lavora. Se non ci hai mai messo piede, ogni volta che la vedrai agire ti sembrerà magia incomprensibile, e con la magia incomprensibile si finisce sempre per fidarsi troppo o non fidarsi affatto.

Mezz’ora di terminale e la magia diventa un mestiere che guardi da vicino. Iniziamo da lì.


Note

Quello che hai letto finora basta per andare avanti: queste pagine non aggiungono niente che serva al capitolo successivo, e puoi saltarle senza rimetterci nulla.

Servono a due tipi di lettori opposti. A chi, arrivato in fondo, si è chiesto “ma perché è fatto così?” – quasi ogni stranezza di questa macchina è una decisione presa da qualcuno, in un anno preciso, per un motivo che allora era ottimo. E a chi queste cose le usa da anni senza averne mai visto l’origine.

Le note seguono l’ordine del capitolo. I link portano quasi sempre alla fonte originale: molte sono in inglese, perché in inglese sono state scritte.

#1. «Computer» era un mestiere, e lo facevano delle persone

Fino agli anni Quaranta un computer era un essere umano: qualcuno, spesso qualcuna, pagata per eseguire calcoli a mano, in squadre, seguendo una procedura. Le macchine hanno preso il nome del mestiere che hanno sostituito.

La linea che porta dal mestiere all’oggetto ha tre pietre miliari. Nel 1837 Charles Babbage progetta una macchina che non sa fare un calcolo solo ma qualsiasi calcolo le si dia da fare, e Ada Lovelace scrive per quella macchina – mai costruita – quello che viene considerato il primo programma. Nel 1936 Alan Turing dimostra una cosa più forte: esiste una macchina capace di imitare qualunque altra macchina, purché le si descriva cosa fare. È l’idea di computer generico, il motivo per cui il tuo portatile fa il navigatore, il registratore e la macchina da scrivere senza cambiare pezzi. Nel 1945 il rapporto sull’EDVAC fissa l’ultimo passaggio: il programma non sta nei cavi, sta nella stessa memoria dei dati. Da lì in poi cambiare quello che una macchina fa non significa più rifarla, significa scriverle qualcosa dentro. Il rapporto porta la firma di John von Neumann, ma l’attribuzione è discussa da ottant’anni: il lavoro era di un gruppo, e c’era chi quella macchina la stava già costruendo.

#2. Perché proprio tre verbi

Conservare, trasformare e comunicare non sono una semplificazione inventata per questo libro: sono i pezzi con cui le macchine sono state disegnate. Il rapporto del 1945 descrive una memoria che tiene le cose, un’unità che le trasforma e dei canali di ingresso e uscita. Il terzo verbo, però, allora significava soltanto schede e nastri: comunicare nel senso in cui lo intendi tu arriva venticinque anni dopo, quando due computer si parlano per la prima volta su ARPANET e qualcuno scrive il primo documento della serie che ancora oggi definisce come funziona Internet – si chiamano RFC, e il numero uno è del 1969.

#3. L’albero delle cartelle non era ovvio

Che i file stiano dentro cartelle dentro altre cartelle, all’infinito, sembra l’unico modo possibile di organizzare un archivio. Non lo è: i primi sistemi avevano un elenco solo, piatto, e ogni file doveva avere un nome diverso da tutti gli altri della macchina. La struttura ad albero che usi oggi si fissa nel 1965 con Multics, un progetto ambizioso e in gran parte fallito, e passa da lì a Unix, che la semplifica e la rende lo standard di fatto di quasi tutto quello che accendi oggi, telefono compreso.

Da quel passaggio viene anche il nome tecnico che troverai ovunque nel terminale: non cartella ma directory, che è la stessa cosa detta come la diceva chi l’ha inventata.

#4. Sotto il file: gli strati, uno per uno

Nel capitolo si dice che un file è una sequenza di zero e uno che significa qualcosa solo grazie a strati di convenzioni. Quegli strati hanno nomi e date. Otto cifre binarie fanno un byte; una tabella decide che un certo byte è la lettera «A» – quella tabella si chiama ASCII ed è del 1963, e conteneva solo caratteri inglesi. Per il resto del mondo, accenti compresi, è servito Unicode, che assegna un numero a ogni carattere di ogni lingua viva o morta, emoji incluse. E siccome quei numeri vanno pur scritti su disco, serve un modo di impacchettarli: UTF-8, disegnato nel 1992 da Ken Thompson e Rob Pike dei Bell Labs – secondo il racconto dei diretti interessati, su una tovaglietta di un ristorante – e oggi la codifica di quasi tutto il web.

Quando apri un file e vedi «perché» invece di «perché», stai guardando esattamente questo: un testo scritto con una convenzione e letto con un’altra.

#5. Il percorso, e la storia della barra rovesciata

La regola che leggi da sinistra a destra – parti dalla radice, entra, entra ancora – è scritta in uno standard vero, POSIX, che dice esattamente come una macchina deve interpretare un indirizzo di file: cosa vuol dire la barra iniziale, cosa succede con . e .., cosa è un nome valido. È il documento a cui, in ultima istanza, obbedisce anche l’IA quando le passi un percorso.

E la barra rovesciata di Windows? La ricostruzione più accreditata è che sia un incidente storico: le prime versioni di MS-DOS non avevano le cartelle e usavano già la barra normale per le opzioni dei comandi. Quando le cartelle arrivarono, la barra era occupata, e il compito toccò a quella inclinata al contrario. Quarant’anni dopo ce la portiamo ancora dietro – anche se oggi, nella maggior parte dei casi, Windows accetta tranquillamente entrambe.

#6. La scrivania finta, e chi l’ha disegnata

Nel capitolo si dice che l’interfaccia grafica nasce negli anni Settanta a Palo Alto. È giusto, ma la prima scena è del 1968 e sta poco più in là, a Menlo Park: Douglas Engelbart mostra a un pubblico di mille persone il mouse, i documenti collegati fra loro, due persone che scrivono insieme sullo stesso testo a distanza. Nel 1973 allo Xerox PARC nasce l’Alto, il primo computer pensato attorno a uno schermo con finestre e icone. Xerox non capisce cosa ha in mano; lo capiscono altri, e nel 1984 quella scrivania finta arriva nelle case.

Vale la pena saperlo per una ragione che non è di cultura generale: la scrivania, il cestino e le cartelle sono una metafora, cioè una scelta di qualcuno, non la forma naturale della macchina. Sotto c’è sempre l’albero di directory del capitolo – ed è quello che vede l’IA.

#7. Case chiuse e case aperte: due movimenti, non uno

Nel riquadro si parla di software proprietario e open source come di due famiglie. Le famiglie sono in realtà due anche dentro la seconda, e la differenza non è tecnica ma di intenzioni. Nel 1985 Richard Stallman fonda un movimento attorno al software libero, definito da quattro libertà: usarlo, studiarlo, modificarlo, ridistribuirlo. È una posizione etica: il codice chiuso è visto come un torto fatto all’utente. Nel 1998 nasce l’espressione open source, con una definizione simile nei fatti ma pensata per essere presentabile alle aziende: qui l’argomento non è la libertà, è che il codice aperto viene meglio.

Nel mezzo, nel 1991, uno studente finlandese pubblica un sistema operativo scritto per hobby, dicendo che non sarebbe mai diventato «grande e professionale». Oggi Linux fa girare la quasi totalità dei server del mondo, i telefoni Android e, molto probabilmente, il servizio di IA con cui parlerai nei prossimi capitoli.

#8. Perché si chiama «terminale», e cos’è davvero una shell

Il nome è un residuo di quando era un oggetto: una tastiera con una stampante o uno schermo, all’estremità di un cavo, collegata a un computer grande che stava in un’altra stanza e serviva molte persone insieme. La finestra che apri oggi è l’imitazione di quell’oggetto – infatti nel gergo del sistema si chiama ancora tty, che sta per teletype, la telescrivente.

E la shell – il guscio: è il programma che sta attorno al sistema e traduce quello che scrivi. Il punto interessante è che è un programma come gli altri, sostituibile: dalla prima di Thompson nel 1971 si passa alla Bourne shell nel 1979, a bash nel 1989 – sta per Bourne again shell, che in inglese si legge come born again, «rinata» – fino a zsh, che dal 2019 è quella predefinita sui Mac. Quando in un manuale trovi un comando che «non funziona», il primo sospetto è di solito questo: quel manuale parlava a una shell diversa dalla tua.

#9. Utenti e permessi: nati per proteggerti dagli altri, non da te

Il portiere del capitolo ha un’origine precisa: i permessi nascono quando una macchina sola serviva decine di persone contemporaneamente, e serviva impedire che il lavoro di uno cancellasse quello di un altro. Ecco perché la tua cartella sta dentro Users, al plurale, anche se di utenti ci sei solo tu.

Da qui il limite che nel capitolo si accenna e che conviene fissare: quel sistema di permessi separa gli utenti fra loro, non i tuoi file dai programmi che avvii tu. Un programma lanciato da te è te. È esattamente per questo che i sistemi moderni hanno aggiunto un secondo strato, più recente e più vicino al nostro problema: il consenso per singola applicazione – la finestra che chiede se quel programma può accedere alla Scrivania, ai Documenti, alla rubrica. È lo strato dentro cui vivranno i tuoi strumenti di IA, ed è il motivo per cui una richiesta di accesso vale la pena leggerla invece di cliccare «sì».